Di Twitter, metriche e limiti dell’analisi

Recentemente nella social sfera italiana è scoppiato un gran interesse attorno a Twitter (qui, qui e altrove). Ora, si dice, è diventato di massa. Ora che abbiamo le tweet star, che ne ha parlato il TG1 e che Riccardo Luna ne ha scritto su Repubblica Twitter è stato definitivamente sdoganato ed è entrato nella nostra dieta mediale quotidiana. Dal canto mio vorrei evitare di entrare in questa discussione e mi limito a sorridere rispetto a come – volenti o nolenti – l’agenda della riflessione sui nuovi media sembra essere dettata con spietata puntualità dai vecchi media.

Tra le molte riflessioni interessanti che si sono lette in giro in questi giorni Francesca Comunello prova – giustamente – ad inquadrare Twitter all’interno di una prospettiva più ampia che prende in considerazione la sua natura (o meno) di SNS e ricorda le cose che sappiamo ( o dovremmo sapere) della scienza delle reti. In quest’ottica sottolinea come le reti sociali online di una certa dimensione tendano a configurarsi (come ci ha ricordato allo sfinimento Barabasi) come reti a invarianza di scala ovvero come reti dove la distribuzione delle connessioni tra i nodi non segue un principio democratico ma è caratterizzata da alcuni hub iperconnessi e da molti nodi scarsamente connessi. In quest’ottica la presenza di alcuni nodi star seguiti da moltissimi follower è strutturalmente compatibile con la natura stessa delle reti, con buona pace dell’ideologia della rete come un luogo paritario.

A questo punto vorrei però provare ad aggiungere alcuni elementi a questa riflessione. Twitter è sicuramente un network costituito da milioni di utenti (nodi) legati tra di loro da una relazione non necessariamente reciproca di following. Al tempo stesso però Twitter è anche molto di più perché i messaggi (i tweet) non necessitano di questa rete per essere letti. In altre parole se l’elenco delle persone che seguo definisce il mio network, i messaggi con i quali posso entrare in contatto sono anche quelli all’esterno di esso. Un esempio in questa direzione sono le conversazioni che vengono aggregate attorno ad hashtag specifici che nascono per commentare insieme uno specifico evento o prodotto. Queste conversazioni non avvengono tra autori che appartengono alla stessa rete (anche se fossi un nodo completamente isolato all’interno della rete di twitter potrei partecipare lo stesso ad una conversazione di questo tipo e leggere i messaggi degli altri utenti) ma creano insiemi di utenti che sono reciprocamente visibili proprio in funzione dell’hashtag. Inoltre all’interno di queste conversazioni il numero di followers di ogni singolo utente è teoricamente ininfluente rispetto alla visibilità dei suoi messaggi all’interno dell’hashtag-conversation.

Questa dinamica è interessante per due ordini di motivi. Da un lato mostra la natura ancora in fase di determinazione di Twitter e come gli utenti possano, con le loro pratiche d’uso, ridefinire la tecnologia. Dall’altro lato è interessante perché le dinamiche sociali che avvengono – ad esempio- nelle conversazioni create dagli hashtag non sono facilmente studiabili con gli strumenti che la scienza delle reti e la Social Network Analysis ci mette a disposizione. La SNA, infatti, dispone oggi di molti strumenti e metriche in grado di misurare il ruolo e le attività di un untente all’interno della rete a patto però di poter stabilire chiaramente delle connessioni (uni o bidirezionali non importa) tra più utenti. In altre parole prima di poterne fare l’analisi abbiamo bisogno di costruire il social network.
A questo punto il problema è: come possiamo costruire un netwokr (ovvero un insieme di nodi collegati da archi) a partire da quello che accade su Twitter dove solo alcuni dei messaggi avvengono all’interno della rete dei followers e moltri altri avvengono all’interno di uno spazio altro definito, ad esempio, da un hashtag?
Il problema non è un semplice esercizio teorico perché per poter estendere a quanto avviene su Twitter le conclusioni che Barabasi dimostra – tra le altre cose – per quanto riguarda la distribuzione dei link per i siti web, abbiamo bisogno di capire se ed in quale misura Twitter (e quanto vi avviene) è descrivibile in termini di network (senza ridurlo a qualcos’altro). Capire questo avrebbe un impatto profondo su molte dinamiche sociali contemporanee: dalla diffusione delle notizie in rete alle forme di coordinamento delle proteste che sembrano trovare su Twitter un terreno tanto congeniale. Al tempo stesso ci permetterebbe di applicare a Twitter (e non solo) tutta una serie di misure (come le misure di centralità) che sono state sviluppate nell’ambito della SNA per indviduare i nodi più importanti all’interno di una rete ma che, quando vengono applicate a Twitter, semplicemente non funzionano o sollevano non pochi dubbi.
La ricerca in quest’ambito è ancora allo stato embrionale e spesso si nasconde sotto nomi diversi (Dynamic Social Network Analysis, Multi-Layered Social Network Analysis, Multidimensional Social Networks e altri ancora) ma procede con relativa velocità pur non venendo spesso applicata (e questa è colpa in parte di noi sociologi) agli ambienti che più di altri potrebbero fornire una marea di dati reali con i quali confrontarsi: i social media.

In chiusura vorrei provare a tornare sul una domanda che era sottesa al post di Francesca con il quale ho aperto: La verticalità tra molti utenti normali e pochi vip è intrinseca anche a Twitter in quanto è una rete sociale?

Forse. Per quanto riguarda il rapporto following/followers sicuramente si, ma Twitter è anche tanto altro e per quanto riguarda questo altro, è tutto da dimostrare.

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4 Comments

  1. francesco

    Pongo una domanda da profano. Se consideriamo due utenti/nodi che non hanno legami tra di loro, ma che partecipano attivamente e scambiandosi tweet ad una o più conversazioni usando uno stesso #hashtag, non è probabile che in un tempo abbastanza lungo questa conversazione si trasformi in una relazione follower/following per almeno una delle due parti? In questo modo, sempre dato un periodo di tempo t abbastanza grande, la rete delle conversazioni va a coincidere con la rete dei legami follower/following.

    Posted December 1, 2011 at 4:51 pm | Permalink
  2. admin

    @francesco: Ipotizzando che partendo da scambi diretti di messaggi (dentro o meno un #hashtag) si arrivi ad un rapporto di following direi di si. Il “problema” è che questa relazione non mi sembra sia – ad oggi dimostrata – (anche se ha un suo senso) e che non è semplice capire in quale misura questo avvenga. Inoltre dentro gli hashtag le conversazioni sono più che altro many-to-many piuttosto che dirette tra due utenti.

    Posted December 2, 2011 at 11:59 am | Permalink
  3. francesco

    grazie della risposta. Aggiungo solo una piccola riflessione: portando avanti il ragionamento, bisognerebbe distinguere tra quegli hashtag in cui gli utenti contribuiscono con i propri tweet ad una “narrazione collettiva” senza che però vi sia un reale confronto e scambio di opinioni, e quelli invece creati ad hoc per accorpare i tweet attraverso cui confrontarsi e portare avanti una discussione. Negli hashtag del primo tipo probabilmente i tweet non si trasformano in relazioni followe/following e sono anche quelli in cui si riversano più utenti e diventano “hub”. In quelli del secondo tipo forse si realizza quella sovrapposizione di reti che ipotizzavo nel primo commento.

    Posted December 2, 2011 at 12:57 pm | Permalink
  4. Luca

    @francesco: si, direi che sarebbe utile distinguere tra tipologie di conversazioni su hashtag differenti. In ogni caso prima di stabilire un processo del tipo “abbiamo partecipato alla stessa conversazione” -> “diventiamo follower” sarebbe bene avere dei dati a supporto.

    Posted December 3, 2011 at 10:48 am | Permalink

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