Archive | Generations RSS feed for this section

What’s next #2: Non credere a nessuno che abbia più di venticinque anni

ll grembiule ed il voto in condotta sono solo l’inizio.

Basta sentire i discorsi degli adulti (o guardare i telegiornali in TV) per capire che lo scenario raccontato da Cory Doctorow in Little Brother è molto meno fantascientifico di quanto si possa credere.

Uno scenario cui fa da sfondo una scuola che in nome della sicurezza degli alunni si affida alle tecnologie del controllo cibernetico diffuso (telecamere, metal detector, etc) per ridurne di fatto la libertà e azzerare la privacy.

Libertà in cambio di sicurezza è la metafora guida dell’incubo globale post 11 settembre e Little Brother ha lo straordinario pregio di mettere in luce tutti i limiti ed i pericoli di questa semplice equazione.

I limiti sono insiti nella stessa natura del controllo cibernetico.

Quando un fenomeno assume dimensioni troppo consistenti da poter essere gestito con i metodi tradizionali ci si affida alla statistica per individuare i fenomeni devianti dallo standard. Si tratta della logica che è alla base, ad esempio, dei filtri anti-spam che svolgono per noi lo sporco lavoro di selezionare i messaggi spazzatura da quelli dei nostri amici, familiari e colleghi di lavoro.

La stessa logica può essere applicata anche al controllo sociale.

E’ possibile, ad esempio, tenere traccia dei percorsi di tutti gli utenti delle metropolitana di Roma per avere un profilo medio degli spostamenti dell’utente tipo. Qualcuno che, ad esempio, dal lunedì al sabato percorre sempre lo stesso tratto: dalla fermata vicino casa a quella dell’ufficio e viceversa. Una volta tracciato un profilo medio si possono evidenziare tutte le forme di devianza significativa rispetto a questa media alla ricerca di comportamenti sospetti (si pensi ad esempio esempio al percorso irregolare che fa uno spacciatore per le sue consegne quotidiane). Il comportamento sospetto fa poi scattare controlli più approfonditi che costano alla società tempo e denaro.

Il limite intrinseco del “controllo della mancanza di controllo” è ben descritto dal “paradosso del falso positivo” descritto nel libro e riportato nel box.

Supponiamo di avere una nuova malattia chiamata SuperAIDS.

Solo una persona su un milione ha il SuperAIDS.

Hai sviluppato un test per il SuperAIDS che è accurato al 99%. Ovvero il 99% delle volte offre un risultato corretto positivo se il soggetto è infetto e falso se il soggetto è in salute.

Somministri il test ad un milione di persone.

Una persona su un milione ha il SuperAIDS.

Una persona ogni cento a cui è stato somministrato il test genererà un “falso positivo” che dirà che questa persona ha il SuperAIDS anche se non lo ha.

Questo è ciò che significa “accurato al 99%”: 1% di errore.

Quanto fa un 1% di un milione? 1.000.000/100 = 10.000

Una persona su un milione ha il SuperAIDS.

Ma se testi un milione di persone scelte in modo casuale troverai probabilmente un solo caso vero di SuperAIDS.

Ma il test non identificherà una sola persona. Ne identificherà 10.000.

Ecco che il tuo test efficace nel 99% dei casi si rivelerà inaccurato il 99,99% delle volte. (Cory Doctorow/Little Brother, p. 52 – traduzione mia)

Su fenomeni sufficientemente rari il controllo cibernetico basato sull’inferenza bayesiana, per quanto accurato sia, può generare una necessità di controllo i cui costi economici e sociali superano facilmente il valore del beneficio che si intende ottenere.

Il “controllo della mancanza di controllo” genera la necessità di ulteriore controllo in una spirale potenzialmente infinita.

E questo solo per parlare dell’inefficacia.

La pericolosità è in qualche modo più semplice da comprendere.

Quando il controllo si basa sull’inclusione più che sulla reclusione, la comunicazione ne diventa il perno.

E’ il fenomeno per il quale possedere un telefono cellulare rende il mondo raggiungibile rendendoti raggiungibile dal mondo stesso. Una volta accettata l’inclusione non è possibile tornare indietro ed anche il non essere raggiungibile può diventare facilmente motivo di sospetto (“Perché lo hai spento?”).

Quando si dice comunicazione oggi si dice Internet e non sorprende dunque che le forme di controllo più raffinate abbiano luogo in rete. Google basa sul data mining delle attività dei suoi utenti il suo straordinario successo. Una volta ho letto da qualche parte che se Google fosse un ristorante analizzerebbe anche i resti rimasti nel piatto per comprendere meglio le esigenze dei propri clienti ed adattarvisi.

Google è il campione del controllo cibernetico. La loro mission è rendere accessibile tutta l’informazione del mondo ma quello che in realtà fanno è analizzare l’informazione su come il mondo accede all’informazione. Il gioco che fanno è tuttavia palese ed è interessante che alcuni di questi dati vengano restituiti al mondo stesso nella forma di servizi come il Google Zeitgesit, Google Trends o Google Insights for Search (per citare solo i casi più evidenti).

Ma il controllo diffuso può essere pericoloso anche per un secondo motivo.

Limitare la libertà per favorire il controllo è una strategia propria dei sistemi totalitari ed ogni sistema totalitario genera delle forme di resistenza il cui obiettivo è quello di sfuggire a questo controllo in nome della libertà.

Il romanzo di Cory Doctorow legge tutto questo in chiave generazionale suggerendo neanche troppo velatamente la nascita di un movimento di resistenza delle giovani generazioni native del digitale nei confronti degli adulti ossessionati dalla sicurezza. Una prospettiva drammatica ma al tempo stesso resa possibile dal fatto che quando il controllo è basato sulla comunicazione la competenza nell’uso del mezzo diventa cruciale.

La metafora stessa dei nativi digitali, come ha fatto notare Henry Jenkins, è in questo senso tutt’altro che neutra e meriterebbe forse un uso più cauto e ponderato di quanto non si faccia invece oggi.

Proprio per questo è interessante come il romanzo stemperi nel finale la contrapposizione generazionale (si legga la recensione di Henry Jenkins che ben racconta come e perchè).

Esiste un legame profondo ed inestricabile fra cybercultura e controcultura e Little Brother lo racconta in modo straordinario descrivendo la lotta impari fra un novello Davide, il 17enne Marcus (aka M1k3y) ed il Golia rappresentato dal Department of Home Security. Una lotta i cui esiti, grazie all’empowerment reso possibile dalla conoscenza delle tecnologie di rete e alle capacità delle reti stesse di supportare lo sviluppo di comunità orientate all’azione, diventa meno scontata di quanto si possa immaginare.

Per questo motivo Little Brother è un romanzo da leggere e far leggere sopratutto ai nativi digitali stessi.

Il romanzo è scaricabile gratuitamente ma vi consiglio di fare come ho fatto io ed ordinarne una copia da Amazon fin quando il cambio euro/dollaro ci è favorevole.

L’appuntamento con What’s Next #3 è per venerdì 19 settembre.

Si parlerà di e-social science a partire dagli spunti raccolti durante l’Oxford eResearch Conference 2008.

Per chi non può aspettare una settimana consiglio, come al solito, di seguire FriendFeed.

5 Comments

La via italiana ai siti di social network

Venerdì ho presentato nel corso di un workshop pomeridiano del convegno “La vita online. Trasformazioni nello/dello spazio pubblico” lo stato di avanzamento dell’analisi comparativa fra Facebook e Badoo.

In particolare ho affinato il background teorico, formulato due ipotesi di ricerca e definito la metodologia.

Le due ipotesi ruotano intorno all’idea che stiamo assistendo ad una fase di passaggio nell’uso dei social media in Italia. I social media, come in tutto il mondo, sono utilizzati moltissimo da giovani e giovanissimi.

In una prima fase Internet rappresenta per una certa generazione di giovani e giovanissimi uno spazio dove socializzare con i propri coetanei e sperimentare la loro identità a riparo dagli occhi indiscreti dei genitori e degli adulti (leggi docenti, marketing e malintenzionati) in genere.

Questa prima fase si esaurisce presto. Sono segnali inequivocabili della fine di questo primo periodo di socializzazione ai nuovi media gli articoli di giornali e l’attenzione che i mezzi di comunicazione di massa dedicano ai giovani ed il loro uso della rete.

A questo punto i teens trovano riparo dentro i social network. I social network corrispondono perfettamente alle esigenze di comunicazione “con gli amici che si vede più spesso” che emerge dall’analisi di quello che i teenagers fanno con questi siti e al tempo stesso garantiscono una certa protezione.

In questo senso MySpace è un nome che più azzeccato non poteva essere.

Penso che in Italia siamo alle soglie di questo passaggio. L’uso massiccio di SNSs come Badoo (dove il profilo è del tutto pubblico) e delle piattaforme di blog rappresenta la prima fase del “tutto pubblico tanto non mi troveranno mai”. Una fase nella quale l’utente non ha chiaro quanto pubblico possa essere ciò che è in rete (grazie alla ricercabilità). Una fase nella quale si apprende, spesso sulla propria pelle, come usare la distinzione pubblico/privato in rete.

Da qui la mia prima ipotesi.

La seconda riguarda invece la tendenza ad usare Internet per aumentare la quantità dei propri contatti (aggiungendo gente sconosciuta ed accettando ogni invito) vs rafforzare i legami sociali esistenti creando intorno alla propria rete sociale un confine che ne definisca i criteri di appartenenza. Tecnicamente nei termini di Putnam si parla rispettivamente di bridging e di bonding del capitale sociale. Anche in questo caso ho la sensazione che la fase del bridging selvaggio (vedi siti tipo Neurona) sia destinata a breve durata. Anche in questo caso ho la sensazione che studiando le differenze fra Facebook e Badoo in Italia si possa imparare molto.

Tutto questo ragionamento è riassunto nel set di slide che condivido volentieri qui sotto.

SlideShare | View | Upload your own

Per il proseguio della ricerca l’idea è quella di intervistare i responsabili di Badoo con i quali sono già in contatto ed iniziare subito dopo una serie di focus group su utenti italiani di FB e di Badoo.

Cosa ne pensate? Suggerimenti? Domande? Esperienze dirette che vale la pena raccontare?

Technorati tags: , , , , , , ,

10 Comments

Insegnare ai "nativi" nello spazio mediato di rete

Solo per segnalare che Indire ha pubblicato un mio breve articolo che presenta il progetto Taccle (Teachers’ Aids on Creating Content for Learning Environments) di cui avevo parlato qualche tempo fa.

L’articolo riprende alcuni dei discorsi che avevo fatto durante l’Unconventional Conference organizzata qualche mese fa da alcuni studenti della Facoltà di Economia di uniurb.

P.S. Approfito per ringraziare Carlo Daniele per il bel lavoro di realizzazione del template di Joomla del sito Taccle.eu.

2 Comments

How to search, store, export and analyze user generated content for social science

Ieri mattina a Trento con Giovanni e Luca abbiamo presentato alcuni risultati preliminari della ricerca media e generazioni.

In particolare il compito affidato in questa prima fase del progetto alla nostra unità era quello di analizzare le conversazioni online attivate a partire da un set di prodotti generazionali. Lo specifico focus era sulle generazioni X ed Y (i nati dai primi anni ’70 in poi).

I risultati sono stati interessanti e credo che alcuni estratti verranno pubblicati sul sito del progetto insieme ai progressi delle altre linea di ricerca desk sulle generazioni in letteratura e nello specifico del romanzo rosa.

Questo post è invece dedicato a raccontare più nel dettaglio di quanto abbiamo potuto fare ieri la metodologia usata dal punto di vista tecnico (vista anche la curiosità ed interesse suscitata nei colleghi presenti).

L’idea di analizzare le conversazioni online non è nuova per chi legge questo blog.

Per un inquadramento teorico complessivo della questione rimando ad un articolo che ho scritto qualche tempo fa mentre due esempi di progetti pilota realizzati con lo scopo di mettere alla prova l’approccio sono Eyes on Europe (paper, post) e Eyes on you: Pregnancy 2.0 (webcast, draft paper, post).

I progetti pilota ci hanno insegnato che (1) la metodologia aveva delle potenzialità e che (2) la quantità di dati disponibili impediva un qualsiasi ragionevole approccio non supportato dal computer al reperimento e all’analisi collaborativa di questi dati.

Abbiamo dunque deciso di impegnare risorse e tempo nello sviluppo di un’applicazione general purpose che supportasse il ricercatore nel reperimento guidato e nell’analisi collaborativa di questi dati.

Grazie alle competenze tecniche di Romeo e Alfredo questa applicazione è oggi una realtà.

wow20 wizardTecnicamente si tratta di una web application in grado di reperire, consumare, conservare, condividere ed esportare flussi informativi nel formato standard RSS verso le principali applicazioni esistenti per l’analisi del contenuto (al momento abbiamo testato il supporto di Nvivo 7 ma è ragionevole pensare che la stessa cosa possa funzionare con Atlas.ti).

All’atto dell’esportazione dei contenuti di un progetto (post di blog o forum di wow20 project listdiscussione che supportino rss, foto o video pubblicati sul web) la web application reperisce e restituisce le informazioni biografiche sull’autore del contenuto se disponibili su una delle numerose piattaforma di blog e condivisioni di contenuti audio/video supportate (usando tecniche di scraping ad hoc per ogni piattaforma).

Grazie a questa applicazione abbiamo potuto reperire a partire da un set di oltre 40 prodotti generazionali (film, serie tv, libri, videogiochi, musica, fumetti) e con query costruite ad hoc su ogni prodotto 3000 post.

wow20 project detail Di questi 3000 post 928 erano corredati dall’età dell’autore (dato essenziale per la ricerca sulle generazioni), oltre 1000 dal genere e molto spesso (non abbiamo calcolato questo dato esattamente perché privo di interesse nello specifico della ricerca) da una qualche forma (città o nazione) di indicazioni geografica di provenienza.

Questi dati strutturali insieme alla rilevanza degli stessi nei termini della ricerca dei contenuti reperiti rappresentano per la nostra unità di ricerca e per me in particolare una straordinaria conferma delle potenzialità dell’applicazione e della metodologia di ricerca (che solleva anche questioni estremamente interessanti di ordine metodologico ed etico).

Mi sarebbe piaciuto poter annunciare in questo post la disponibilità dell’applicazione per chiunque ne voglia fare uso ma ciò non è purtroppo possibile.

Non lo è per due ordini di ragioni.

1) La prima è che per il momento tutta l’attenzione nello sviluppo si è concentrata sulle funzionalità con conseguenze immaginabili sull’usabilità (oltre che sugli aspetti puramente estetici) dell’applicazione (che fra l’altro non ha neanche un nome definitivo);

2) La seconda è di performance. L’applicazione è infatti ospitata su una macchina virtuale che è ospitata dal server che ospita al tempo stesso la macchina virtuale di questo blog (lo sapevate già che la ricerca in Italia ha pochi fondi, no?). La fase di esportazione dei contenuti di un progetto è estremamente pesante in termini di carico di lavoro sulla macchina. La conseguenza è che se più di 3/4 utenti cercando di esportare contemporaneamente un progetto tendono a saturare le capacità di calcolo della macchina virtuale con le conseguenze che si possono immaginare.

Ovviamente stiamo lavorando per risolvere queste due questioni ma non siamo in grado di dire oggi quando ed anche se saremo in grado di poter rendere disponibile pubblicamente l’applicazione per i ricercatori che intendano farne uso.

Nel frattempo siamo però in grado di ospitare pilot isolati di ricercatori (in senso lato da laureandi, dottorandi, etc.) che ne facciano esplicitamente richiesta.

Se state progettando o realizzando una ricerca basata sull’analisi dei contenuti generati dagli utenti sul web potete contattarmi per concordare le modalità di accesso all’applicazione.

P.S. Anche le offerte di collaborazione sono ben accette. Dunque se l’idea dell’applicazione vi interessa ed avete risorse o competenze da mettere a disposizione per collaborare allo sviluppo del progetto siete i benvenuti.

Technorati tags: , , , ,

8 Comments

Nostalgie di un tempo mai vissuto

fantastico! io sn del 93 quindi sn nata verso la fase finale d questi magnifici cartoni, x 7/8 anni li ho visti ank’io…bellissimi…poi sn iniziati i digimon e i pokemon ke hanno rovinato tutto…la televisione di oggi è una tv violenta ma ke futuro ha la mia generazione? e le altre? rivoglio i cartoni di un tempo quelli si k erano cartoni! Querz89 (5 months ago)

prossima volta rinasco 10 anni prima, mi faccio l’infanzia negli anni 80 e mi imbottisco di cartoni, l’adolescenza negli anni 90, e l’età adulta nel 3° millennio… e speriamo bene sull’ultima fase !!! MicinaTheBlack (1 week ago)

Technorati tags: , , ,

12 Comments

Le convenzioni dei nativi nello spazio mediato di rete

Appena tornato dall’unconventional conference.

Lo staff non convenzionale è stato delizioso ed efficiente. Mi sembra quindi doveroso ringraziare loro per l’invito e per l’impegno che hanno saputo dedicare alla realizzazione di un evento a cui credevano profondamente.

Non so se l’Università di Urbino si renda pienamente conto di quanto bene facciano eventi del genere fatti dagli studenti per gli studenti ma visto che il supporto economico per la realizzazione dell’unconventional conference arriva dai fondi che l’ateneo dedica alle attività studentesche mi sembra giusto dedicare anche allo staff istituzionale di uniurb un piccolo ringraziamento.

Dopo l’inquadramento della tematica “Marketing non Convenzionale” ad opera del Prof. Pencarelli (docente di strategia d’impresa alla Facoltà di Economia) e del Prof. Fluvio Fortezza (docente di Marketing all’Università di Ferrara), Valentina Tolomelli (Web Community Manager – Ducati Motor Holding) ha illustrato il caso di Desmoblog (il blog/community di Ducati). Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per chiedere a Valentina di raccontare gli aspetti critici dell’esperienza di Ducati. Una domanda in questo senso c’è stata ma purtroppo il tempo per la risposta non è stato sufficiente per sviscerare l’argomento come mi sarebbe piaciuto. Forse la conversazione proseguita durante il coffee break cui ho dovuto rinunciare per provare la presentazione che avrei usato subito dopo la pausa. Ci sarà di sicuro un’altra occasione.

Dopo il mio intervento di cui parlerò in coda è stato il turno del Prof. Laerte Sorini che ha descritto la nuova piattaforma di Web TV che sarà messa a disposizione dell’Università dalla Facoltà di Economia a partire dal prossimo anno. L’intervento purtroppo è stato funestato da problemi tecnici ma da quello che sono riuscito a capire (correggetemi se sbaglio), la piattaforma (mostrata in locale) è la stessa utilizzata dalla Technogym per la sua esperienza di WebTV di cui ho sentito parlare ma non sono riuscito a trovare traccia in rete. L’interfaccia del prodotto sembra ben studiata ma non ho capito bene quale siano i contenuti che si intende veicolare. Mi sarei aspettato maggiori dettagli da questo punto di vista. La mancanza di una strategia sui contenuti non mi fa sperare nulla di buono sul futuro di questo, per altri versi encomiabile, progetto. Il rischio cattedrale nel deserto mi sembra alto ma se Laerte è in ascolto mi farebbe piacere sentire il suo parere su questo tema.

A seguire l’attesissimo Alex Giordano (Docente di Marketing creativo, co-fondatore di NinjaMarketing.it e co-autore di “Marketing non Convenzionale – Viral, Guerrilla, Tribal e i 10 principi fondamentali del marketing postmoderno”) è entrato nello specifico del tema della conferenza mostrano diversi casi interessanti (tipo il famoso video virale Ronaldinho: Touch of Gold) collegati ad alcuni dei principi fondamentali di cui tratta il libro (almeno questo è quello che ho dedotto io anche se mi sembra che la cosa sia stata detta esplicitamente). Dietro l’intervento, volutamente leggero ed in gran parte dedicato a mostrare i casi, ho avuto la sensazione che vi fossero delle interessanti riflessioni teoriche. Durante il pranzo ho inoltre scoperto che Alex ha collaborato al progetto Luther Blissett da cui poi è nata la Wu Ming Foundation.

Infine Marco Bruns (Fondatore e Presidente A-Style) ha presentato il suo caso e descritto come la sua azienda sia passato da essere un logo (seppur geniale) ad essere un business da decine di milioni di euro di fatturato. Nel percorso che va dagli adesivi costati qualche centinaia di euro attaccati sui pali dei semafori di Milano alla sponsorizzazione di due gran premi del motomonidiale c’è una storia fatta di esperienza di marketing non convenzionale ai limiti della legalità che Marco ha saputo ben raccontare con l’entusiasmo di chi ha vissuto tutto questo da protagonista.

Anche se il marketing convenzionale o no che sia non è il mio settore devo dire che mi sono divertito e ascoltato diverse cose che non conoscevo.

Il mio intervento è stato dedicato come da titolo a descrivere le convenzioni dei nativi nello spazio mediato di rete. Partendo da un titolo come questo ho deciso di soffermarmi su due aspetti. Chi sono i nativi e cos’è lo spazio mediato di rete. Il tutto, per chi fosse interessato, è riassunto nelle presentazione che segue.

Durante l’intervento ho mostrato questo video che ha riscosso applausi a scena aperta dalla platea. Avrei potuto anche mostrare quest’altro video ma visto che era stato presentato di recente da Luca Conti al seminario di Web 2.0 101 ho preferito trovare qualcosa di alternativo.

Oltre al video mi preme dare il giusto tributo a tutte le fonti che ho utilizzato:

Tutte le fotografie ed immagini usate nella presentazione sono tratte da Flickr (fra quelle con licenza creative commons) o realizzate ad hoc. Le vignette sono invece tratte da gapinvoid e xkcd.

P.S. Già che ci sono ringrazio anche lukval che con il suo commento al blog dei ninja mi ha dato un fantastico spunto per esemplificare le proprietà dello spazio mediato di rete.

15 Comments