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What’s next #S02E03: facebook.com/uniurbit

Era una mattina di aprile e mi trovavo nel mio ufficio, al LaRiCA.

Leggevo, come di solito, le news dal mondo della tecnologia ed una fra le altre attirò la mia attenzione… Facebook introduce le community page. Pagine per le comunità distinte dalle pagine ufficiali degli artisti, dei brand e delle organizzazioni. Mi sembrava mancasse uno spazio digitale proprio della comunità di uniurb e senza pensarci due volte ho creato una pagina dal titolo Università di Urbino “Carlo Bo”.

Subito dopo ho invitato Donatello e Tano a entrare nel gruppo degli admin. Nessuno dei tre aveva idea di quello che sarebbe successo dopo. Da quel giorno di aprile i frequentatori della pagina hanno iniziato a crescere prima in modo esponenziale (oltre 3400 nel primo mese) e poi in modo più graduale ma costante fino a superare quota 5000 (al momento sono 5367). La maggior parte sono donne (62%) e la fascia d’età più rappresentata è quella fra i 18 ed i 24 anni (45%). Uno sguardo alle città di provenienza vede in testa alla classifica Ancona e Roma (che superano entrambe i 1000 like) seguite da Ivrea, Milano, Rimini, Pescara a Taranto. Durante il mese di dicembre si è toccato il picco di quasi 3500 utenti attivi in un mese (Monthly Active Users). In particolare il 15 dicembre si sono registrati 1861 utenti attivi in un solo giorno. In media ci sono ogni mese circa 1400 “utenti attivi” e poco meno di un centinaio, fra questi, visitano la pagina quotidianamente ponendo quesiti, rispondendo a quelli degli altri e condividendo esperienze come una vera e propria comunità.

Nulla che non si facesse già prima per le strade di Urbino. Ora però tutto avviene più rapidamente. E questo è solo l’inizio.

Visita la pagina Facebook dell’Università di Urbino Carlo Bo

[extended version dell'articolo che potete leggere sul numero in distribuzione della rivista Open House]

[Photo by davidsilver]

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The Facebook Effect: dal dormitorio di Harvard al mezzo miliardo di utenti

Ho appena finito di leggere The Facebook Effect: The Inside Story of the Company That Is Connecting the World (da non confondersi con Network Effect: quando la rete diventa pop ;)  ).

Il libro, scritto dal giornalista del New York Times David Kirkpatrick, racconta in modo ben organizzato ed affascinante la storia di Facebook dal lancio nel campus di Harvard fino ai giorni nostri. Ne viene fuori un interessante e per certi versi inedito ritratto del fondatore e attuale CEO Mark Zuckerberg.

Il libro si apre con un prologo che racconta la storia di Oscar Morales, fondatore del gruppo Un Millon de Voces Contra Las FARC, che da singolo cittadino indignato si è ritrovato a coordinare una marcia di protesta che ha coinvolto dieci milioni di colombiani.

Potere di Facebook o come direbbe l’autore del libro, effetto Facebook.

Non sono tuttavia gli episodi come quello di Oscar Morales (o gli altri raccontati nel capitolo 15 Changing Our Institution) a lasciare la sensazione di aver letto una storia straordinaria. Tutti questi fenomeni erano possibili anche con internet prima di Facebook. Quello che veramente colpisce è il tasso di crescita che il servizio ha avuto fin dall’inizio, segno di un bisogno profondo e globale, e la figura di Mark Zuckerberg.

Quando nel 2004 tutto è iniziato, Mark Zuckerberg, oggi ventiseienne, era una matricola di Harvard. I suoi compagni di stanza (Chris HugesEduardo SaverinDustin Moskovitz) diventarono subito parte del progetto Facebook. Uno di questi, Chris Huges, diventò ben presto il portavoce dell’azienda anche per sollevare Zuckerberg da questo impegno che trovava gravoso e poco interessante. Nel 2008 Huges ha coordinato la campagna in rete di Barack Obama.

“Cambieremo il mondo rendendolo un luogo più aperto”. Era questa una delle frasi che più spesso si sentiva pronunciare prima nei corridoi del dormitorio e poi nel nuovo quartier generale di Palo Alto (un’appartamento affittato per le vacanze estive dal quale i fondatori non fecero più ritorno ad Harvard). Una delle cose che colpisce leggendo il libro è proprio questa adesione alla missione specialmente da parte del fondatore che in più occasioni ha rifiutato importanti contratti pubblicitari perché richiedevano di modificare la forma e la posizione dei banner sulla piattaforma. In più passi emerge chiaramente questo tratto. Non è tanto importante fare soldi (altrimenti avrebbe accettato una delle tante cospicue offerte d’acquisto) quanto lavorare per migliorare l’esperienza che l’utente ha del servizio. Aumentare il numero degli utenti ed il loro livello di coinvolgimento (in termini di attività e minuti spesi).

Basti pensare che durante la prima settimana dal lancio (il 4 febbraio 2004) metà degli studenti di Harvard era iscritta a Facebook (o Thefacebook come si chiamava fino al 20 settembre 2005) e lo stesso livello di entusiasmo fu registrato in quasi tutti i campus dove il servizio veniva via via reso disponibile.

Over the summer, Zuckerberg, Moskovitz, and Parker had coined a term for how students seemed to use the site. They called it “the trance.” Once you started combing through Thefacebook it was very easy to just keep going. “It was hypnotic,” says Parker. “You’d just keep clicking and clicking and clicking from profile to profile, viewing the data.” The wall was intended to keep users even more transfixed by giving them more to see inside the service. It seemed to work. Almost immediately the wall became Thefacebook’s most popular feature.

Thefacebook era molto diverso da quello che oggi è Facebook perché consisteva essenzialmente di semplici profili corredati da foto ed interessi (niente foto oltre quella del profilo, messaggi interni e persino il wall fu aggiunto solo in seguito). Nonostante questo il servizio aveva un potere ipnotico sugli studenti (l’ 80% dei quali ritornava quotidianamente sul sito) che passavano ore navigando da un profilo a quello successivo.

Alla fine di Marzo 2004 Thefacebook aveva 30.000 utenti registrati. Il servizio costava $450 al mese per il noleggio dei server. Alla fine di maggio il social network di Mark Zuckerberg era presente in 34 atenei per un totale di 100.000 utenti. Facebook è oggi il social network più utilizzato in 111 dei 131 paesi analizzati da Vicenzo Cosenza nella sua mappa World Map of Social Networks. A sei anni dal lancio il servizio è prossimo al superamento 500.000.000 di utenti nel mondo.

Un momento di svolta fu il lancio dell’applicazione per le foto con la possibilità di taggare i propri amici.

Un mese dopo l’85% degli utenti di Facebook erano stati taggati in almeno una foto. Dopo sei settimane l’applicazione per le foto aveva consumato tutto lo spazio disco che era stato programmato per i successivi sei mesi. Ma la cosa più importante fu che per la prima volta si era capita l’importanza del grafo sociale per connettere persone e contenuti fra di loro.

Would people accept low-resolution photos? Would they use the tags? On the day in late October when the team turned the Photos application on, they nervously watched a big monitor that displayed every picture as it was uploaded. The first image was a cartoon of a cat. They looked at each other worriedly. Then in a minute or so they started seeing photos of girls—girls in groups, girls at parties, girls shooting photos of other girls. And these photos were being tagged! The girls just kept coming.

Lo sviluppo del contestatissimo News Feed fu il logico passo successivo. Incorporare la logica del flusso RSS in Facebook facendo in modo che fossero le informazioni sugli aggiornamenti ad arrivare agli utenti e non viceversa. L’introduzione del News Feed fu inoltre un importante banco di prova per la gestione delle relazioni fra utenti e sviluppatori del servizio. Il giorno stesso del lancio del News Feed uno studente della Northwestern University dell’Illinois creò il gruppo “Students Against Facebook news feed”. In tre ore il gruppo raggiunse i 13.000 iscritti. Alla fine della settimana il gruppo poteva contava 700.000 membri. Circa il 10% degli utenti di Facebook stava usando gli strumenti messi a disposizione della piattaforma per protestare contro Facebook. Solo l’aggiunta di nuove impostazioni di privacy che consentivano agli utenti di decidere cosa mostrare o nascondere nel News Feed, placò le ire e scongiurò la minaccia di una manifestazione (che si sarebbe dovuta tenere di fronte a Palo Alto) auto-convocata attraverso i numerosi gruppi creati in segno di protesta.

Da quel primo episodio di poi tutte le continue innovazioni proposte da Facebook verranno accolte dalle proteste degli utenti. In uno specifico caso, quello di Facebook Beacon – un servizio che notificava automaticamente gli amici alcune attività svolte su siti esterni a Facebook, gli sviluppatori furono costretti a tornare sui loro passi ammettendo l’errore di implementazione e rendendo la funzione disponibile solo a richiesta. Oggi a diversi anni di distanza caratteristiche analoghe a quelle di Facebook Beacon sono state lentamente re-introdotte attraverso funzionalità quali Facebook Connect.

Nel libro si raccontano tanti piccoli e grandi episodi come questi (da non perdere la crisi di pianto di Zuckerberg nei bagni del Village Pub, a nord di Palo Alto e quello nel quale il CEO di Facebook domandò, durante una cena a Davos, a Lerry Page – co-fondatore di Google – se lui usasse Facebook).

Si tratta di una lettura piacevole ed interessante. La sensazione a tratti è che l’immagine che emerge del fondatore e della società sia troppo positiva. Nell’ultima parte del libro David Kirkpatrick dichiara di non aver ricevuto nessuna pressione da parte di Facebook e non c’è motivo di non credergli. In altre pagine tuttavia l’autore racconta in modo aperto della sua partecipazione ad eventi promozionali come il tour europeo di Zuckerberg. Questa vicinanza non può non aver influenzato le sue idee. Non tutto quello che luccica è oro, ma questo lo sapete già.

Al di là di questo, la straordinaria storia di una società fondata da un diciannovenne e portata nel giro di 6 anni ad un valore stimato di oltre due milioni di dollari, rimane una lettura avvincente e totalmente consigliata.

Leggetevi il libro e fatevi la vostra idea.

P.S. The Facebook Effect è stato il primo libro che ho acquistato per Kindle. L’esperienza di lettura è stata eccellente. La possibilità di leggere in piena luce, di continuare la lettura su PC dalla pagina alla quale ci si era fermati sul lettore e viceversa, le possibilità di annotare parti del testo e di condividerle, grazie al nuovo firmware, via Twitter e Facebook mi hanno veramente entusiasmato. E da ieri il Kindle è anche disponibile a prezzo ribassato a poco più di € 150. Cosa aspettate a comprarlo?

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What’s next #S02E01: quando finisce un amore… ai tempi di Facebook

E tutti vissero felici e contenti.

Capita. Non solo nelle favole. Trovare l’anima gemella, passare la vita insieme.

Purtroppo non sempre. Alcune relazioni finiscono.

Non è mai facile ma Facebook può rendere, se possibile, questa fase ancora più dura. Rimanere “amici” con il/la proprio ex? E gli amici in comune? Ma soprattutto chi è quell’individuo che continua a commentare i contenuti e comparire nelle foto con il/la tua ex?

Ogni relazione è diversa ma ecco tre semplici suggerimenti che potrebbero tornare utili:

1. Non cancellare l’amicizia e lasciare che eventualmente sia l’altro a farlo (non avete idea di quanto alcune persone possano vivere male quello che a voi sembra un semplice gesto di buon senso);

[come farlo?]

2. Se leggere della sua vita senza di voi vi infastidisce, usate il bottoncino nascondi e non vedrete più comparire i suoi aggiornamenti (sta a voi poi avere la forza di non andare a visitare il suo profilo). In ogni caso continuerete a vedere i commenti sui contenuti degli amici in comune. L’unico rimedio per questo è rimuovere tutti gli amici in comune o usare la funzione blocca;

How to Hide

[come farlo? Hide, Block]

3. Create una lista apposita dove mettere il/la vostra ex: in questo modo potrete decidere strategicamente cosa mostrare o nascondere dei vostri aggiornamenti ed apparire selettivamente offline in chat.

Facebook Friend Lists

[come farlo?]

E voi? Qual è la vostra esperienza? Avete strategie di sopravvivenza da condividere?

[extended version dell'articolo che potete leggere sul prossimo numero della rivista Open House]

[Photo originally uploaded on November 28, 2005 by signalstation]

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Facebook fra privacy e “trasparenza radicale”

Negli ultimi giorni si fa un gran parlare della privacy su Facebook. Negli Stati Uniti è in corso una vera e propria campagna che critica duramente le ultime scelte in materia di privacy del sito di social network più popolare al mondo spingendosi fino a chiedere esplicitamente una regolamentazione governativa alla fornitura del servizio (come avviene per l’acqua, il gas, l’accesso alla rete telefonica, etc).

Nel corso del 2009 Facebook ha realizzato di avere un problema.

Le tendenze in termini di numero di utenti e di traffico verso il sito erano in crescita ma il fatto che moltissima parte dei contenuti generati dagli utenti sul network fossero visibili solo ad una cerchia ristretta di altri utenti, ne limitava fortemente le possibilità di sfruttamento commerciale (non è possibile per esempio costruire un motore di ricerca che restituisca tutte le conversazioni che avvengono su un certo brand o prodotto). Per questo motivo all’inizio di dicembre 2009 il fondatore Mark Zuckerberg annunciava in una lettera aperta un radicale cambiamento nel sistema di gestione della privacy. Impostazioni ri-organizzate, più chiare e semplici da usare con in più la possibilità di scegliere a chi mostrare ogni singolo post.

Un bel giorno, dunque, ogni utente di Facebook si è trovato davanti una finestra (lo strumento di transizione) che chiedeva di scegliere cosa rendere accessibile a chi. Per aiutare l’utente a scegliere, alcune impostazioni di questa finestra erano pre-impostate. Se avevi già modificato in passato le tue impostazioni di privacy Facebook ti suggeriva di mantenerle, se invece non le avevi mai impostate Facebook proponeva alcune scelte…

based on how lots of people are sharing information today.

For example, we’ll be recommending that you make available to everyone a limited set of information that helps people find and connect with you, information like “About Me” and where you work or go to school. For more sensitive information, like photos and videos in which you’ve been tagged and your phone number, we’ll be recommending a more restrictive setting.

Fra queste scelte, guarda caso, c’era quella di rendere pubblici i contenuti postati ovvero gli status update, i like, le foto i video e le note. Secondo dati diffusi da Facebook stessa, il 65% degli utenti che non avevano mai cambiato le loro impostazioni di privacy hanno accettato le impostazioni suggerite rendendo dunque pubblici i contenuti pubblicati. Una volta pubblici questi contenuti possono essere aggregati in pagine come questa o ricercate in motori di ricerca (anche esterni a Facebook) come questo.

Lascio giudicare voi sull’eticità di questo comportamento. Purtroppo si tratta di una regola e non di un’eccezione. Per Facebook è vitale spingere gli utenti a rendere quanti più contenuti possibile pubblici e proverà in ogni modo a farlo. Al tempo stesso Zuckerberg sa bene, anche quando dichiara che l’era della privacy è finita, che chi usa Facebook lo fa perché ha la sensazione di poter scegliere cosa condividere con chi. Per questo motivo il movimento verso il tutto pubblico di default è lento ma costante come mostrano in modo molto chiaro questi grafici (per inciso penso che alcune cose, l’autore di questi grafici, se le sia un po’ inventate però da comunque un’idea di ciò che è successo) ma non è accompagnato da una parallela scomparsa delle impostazioni che consentono di decidere cosa condividere con chi. Anzi è indubbio che queste impostazioni siano state nel tempo potenziate.

Ovviamente tutto è migliorabile e criticabile. Il documento che spiega la privacy in Facebook è più lungo della costituzione americana e le impostazioni di privacy talmente dettagliate da creare una babele di possibilità e possibili combinazioni difficile da comprendere e da gestire. Bisogna però ammettere che gestire uno spazio sociale frequentato da 400 milioni di utenti di tutto il mondo con esigenze che cambiano nel tempo e reazioni all’introduzione di nuove funzionalità mai del tutto prevedibili è un compito non facile. Inoltre la complessità delle esigenze di privacy è intrinseca. Semmai si può pensare che se fosse ri-progettata da zero beneficerebbe di un design più funzionale ma la complessità resterebbe.

Purtroppo non esiste al momento una possibilità alternativa a Facebook sia per il numero di nostri amici che utilizzano questo strumento, sia per la raffinatezza dei controlli di privacy che rende disponibili. Una alternativa aperta e non proprietaria è tecnicamente possibile ed auspicabile (anzi c’è già chi è riuscito argutamente a raccogliere qualche centinaio di migliaio di dollari intorno a questa idea ). A oggi Facebook agisce di fatto in un regime di monopolio.

L’idea di considerare Facebook un servizio pubblico da regolamentare mi trova tuttavia contrario. Se la campagna (o movimento di opinione pubblica che dir si voglia) è finalizzata a mettere in guardia gli utenti del social network circa i rischi di sovraesposizione volontaria, ben venga. Ma regolamentare un servizio privato basato su Internet non mi convince.

Comprendo perfettamente i rischi insiti nell’idea della trasparenza radicale. Intendiamoci, la possibilità di postare qualcosa su Internet e fare in modo che questa sia esposta a tutto il mondo fa parte delle potenzialità straordinarie della rete. Ci sono ottimi motivi per desiderare la massima esposizione possibile: se voglio promuovere un brand, se desidero promuovere le mie idee, etc. Non condivido quanto dice Scoble sul reboot della privacy, ma è utile leggerlo per comprendere il lato buono del “tutto pubblico”. Ma se sei un teenager o un dissidente di una dittatura la tua prospettiva è molto diversa. Si tratta di estremi opposti e ogni utente di Internet dovrebbe essere messo in grado di scegliere cosa mostrare a chi.

Facebook, che ci piaccia o no, fa esattamente questo.

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What’s next #S02E00: Alice in the box

Ci sono spazi che non sono luoghi e luoghi che non hanno tempo.

Posti stregati dall’incantesimo dell’eterno presente. Quando li attraversi, dopo pochi passi, hai subito la strana sensazione di essere il primo a farlo. Se riesci a non fare troppo caso a quelle scritte sui muri – a cui presto non presterai comunque più attenzione – puoi persino arrivare a pensare che quel luogo sia lì solo per te. Per te e per le persone che condividono il tuo stesso percorso nel medesimo tempo. Dopo forse scompare. O forse no. Poco importa. Qualunque cosa accada dopo, tu e la tua rete sociale comportamentale – quella dove gli Amici non li hai scelti e/o aggiunti come nella rubrica del telefono, ma piuttosto trovati un po’ per caso mentre condividevate un’esperienza – sarete fuori da lì.

Sembra che accada prima di quanto non accada in realtà. Questi luoghi alterano le percezioni. Poi ognuno prende la sua strada. Rimane l’esperienza condivisa, qualche foto. Nel tempo affiorano dubbi sulla sorte di quei posacenere ricavati dai barattoloni di tonno. A volte viene voglia di tornare indietro a controllare che tutto sia come prima, ma il timore che non sia così fa desistere.

Strano. Mentre eri lì, vittima dell’incantesimo, non ti era mai interessato molto né dei posacenere, né di tutto ciò che li conteneva.

Ma gli incantesimi generano a volte illusioni imperfette. Di quelle che consentono talvolta di vedere il codice che genera la matrice. Di percepire il tempo dello spazio. E tu vuoi la pillola rossa o quella blu? La rossa, se vuoi, la trovi a http://bit.ly/9F4AsC.

[extended version dell'articolo che potete leggere sulla prossima edizione della rivista Open House]

[Photo originally uploaded on September 7, 2007 by paul goyette]

[Disclamier: questo è solo un pilot. Non è detto che venga veramente girata o mandata mai in onda l'intera serie]

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Modernity 2.0 a Urbino con danah boyd

Ho il piacere di annunciare oggi un progetto al quale sto lavorando da tempo ma di cui non ho mai parlato fino a questo momento qui.

Da alcuni mesi il LaRiCA sta collaborando attivamente con i colleghi dell’RC51 dell’International Sociological Association all’organizzazione della nona conferenza mondiale di socio-cibernetica che avremo il piacere di ospitare dal 29 giugno al 5 luglio ad Urbino.

Il tema scelto è l’impatto dei social media sulla nostra società. Con il termine social media si fa riferimento a tutti quelli spazi della comunicazione supportati dalle recenti tecnologie internet che consentono di produrre e diffondere contenuti (testi, video, audio, etc.) in rete a costi contenuti. L’abbassamento dei costi legati alla produzione e diffusione di questi contenuti ha democratizzato l’accesso alla comunicazione da uno a molti un tempo riservati ai professionisti del settore. La produzione spesso collaborativa di questi contenuti e l’esposizione ai contenuti prodotti dai pari sta cambiano la dieta mediale degli individui e incrinando i rapporti di potere consolidati all’interno della società (nelle famiglie, nelle scuole, fra imprese e consumatori, fra cittadini ed istituzioni, fra giornalisti e lettori).

Esempi di social media sono dunque i blog, YouTube e Facebook.

Modernity 2.0 è dedicata a riflettere in una prospettiva socio-cibernetica su come e se la disponibilità di queste tecnologie sta cambiando le persone e la nostra società.

La conferenza è un evento inedito in Italia per dimensione, tematiche e rilevanza dei relatori proposti.

La call for paper ha infatti attratto proposte di intervento provenienti da tutto il mondo. Fra queste sono stati selezionati cinquantuno papers suddivisi poi nelle seguenti aree tematiche: “Cultura convergente e Pubblici connessi”, “Media, politica e potere”, “Metodologie emergenti”, “Studi di media comparati”.

Fra i paper verso i quali nutro maggiormente attesa segnalo un paio di casi di studio su Obama ed un inedito Bebbe Grillo osservato dagli Stati Uniti (Alberto Pepe, University of California Los Angeles e Corinna di Gennaro, Harvard University).  Mi incuriosice inoltre parecchio Structure and Dynamics of Indonesian Blogger Community in Virtual Space di Adi Nugroho Onggoboyo. Se siete curiosi potete cmq leggere tutti gli abstract nella pagina papers del sito ufficiale del convegno.

Si ritroveranno ad Urbino ricercatori che studiano questo fenomeno provenienti da tutto il mondo: Messico, Armenia, Austria, UK, Lettonia, Svezia, Bolivia, Stati Uniti, Germania, Olanda, Canada, Spagna, Indonesia, Danimarca, Brasile, Argentina ed ovviamente Italia.

A completare il programma ci sono due ospiti invitati che nei loro rispettivi settori sono comunemente considerati fra i massimi esperti dalle rispettive comunità accademiche.

danah boyd (Microsoft Research New England)

Ricercatrice presso Microsoft Research New England e Fellow dell’Harvard Berkman Center for Internet and Society. PhD presso la School of Information at UC-Berkeley con una tesi intitolata “Taken Out of Context: American Teen Sociality in Networked Publics” nella quale ha esaminato il ruolo giocato dai siti di social network come MySpace e Facebook nella vita quotidiana e sulle relazioni social dei teenagers americani. Presso il Berkman Center, danah ha co-diretto l’Internet Safety Technical Task Force il suo scopo è identificare potenziali soluzioni per favorire un uso sicuro della rete da parte dei bambini.

Giuseppe O. Longo (Università degli Studi di Trieste)

Giuseppe O. Longo è ordinario di Teoria dell’informazione alla Facoltà d’Ingegneria dell’Università di Trieste. Ha introdotto in Italia la teoria dell’informazione. Attualmente si occupa soprattutto di epistemologia, di intelligenza artificiale, di problemi della comunicazione e delle conseguenze sociali dello sviluppo tecnico, in particolare di robo-etica, pubblicando articoli su riviste specializzate e svolgendo un’intensa attività di conferenziere. Su questi temi ha tenuto numerose relazioni, ha partecipato a convegni e congressi e ha pubblicato i saggi “Il nuovo Golem: come il computer cambia la nostra cultura” (Laterza, 1998, 4a edizione 2003), “Homo Technologicus” (Meltemi, Roma, 2001, 2a edizione 2005) e “Il simbionte: prove di umanità futura” (Meltemi, Roma, 2003). E’ stato traduttore per le case editrici Boringhieri e Adelphi (15 libri dall’inglese e dal tedesco, tra cui opere di Gregory Bateson, Marvin Minsky, Douglas Hofstadter, Iräneus Eibl-Eibesfeld) e nel 1991 ha vinto il premio “Monselice” per la traduzione scientifica.

La conferenza è organizzata da un comitato internazionale presieduto dal Prof. Bernard Scott (Cranfield University Defence Academy e Presidente della sezione RC51 dell’ISA – International Sociological Association dedicata alla socio-cibernetica). Il comitato è composto da membri dell’RC51 e da docenti e ricercatori del laboratorio di Ricerca LaRiCA dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”.

La registrazione per la conferenza chiude domenica 24 maggio.

Potete registrarvi o leggere i nomi delle persone che intendono partecipare a http://rc51.eventbrite.com/.

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